LETTURA: GIULIA
ESERCIZIO: completa il seguente testo coniugando i verbi che ti diamo a continuazione al presente indicativo:
ESERCIZIO: completa il seguente testo coniugando i verbi che ti diamo a continuazione al presente indicativo:
vivere / lavorare / abitare / dividere / studiare / essere / avere / esserci / giocare / passeggiare / leggere |
Giulia ______________ a Roma e _______________ come impiegata in un’agenzia di viaggi. ________________ nella periferia della città e ____________ il suo piccolo appartamento con una ragazza tedesca che ____________ Storia dell’Arte all’Università. La camera di Giulia ____________ comoda, graziosa, ed ____________ una grande finestra da dove è possibile vedere una strada molto frequentata, con tanti negozi, bar e anche un cinema. Alla fine della strada ____________ un parco dove i bambini ________________ e dove gli uomini e le donne _______________ con i loro cani o ________________ seduti sulle panchine.
Rispondi alle domande:
1. Dove vive Giulia?
2. Che lavoro fa?
3. Dove abita?
4. Con chi divide il suo appartamento?
5. Che cosa studia la ragazza tedesca?
6. Com’è la camera di Giulia?
7. Che cosa è possibile vedere dalla finestra?
8. Che cosa c’è alla fine della strada?
9. Che cosa fanno i bambini nel parco?
10. Che cosa fanno gli uomini e le donne?
(dal libro: Parla e Scrivi. Fiesoli e altri)
LETTURA: VALENTINO
Mio fratello studiava medicina e ci volevano sempre dei soldi ora per il microscopio, ora per i libri e le tasse. Mio padre credeva che sarebbe diventato un grand’uomo: non c’era forse una ragione per crederlo ma lo credeva: aveva cominciato a pensare così fin da quando Valentino era piccolo e adesso forse gli riusciva difficile smettere. Mio padre stava tutto il giorno in cucina e farneticava da solo; s’immaginava quando Valentino sarebbe stato un medico famoso e avrebbe scoperto nuove medicine e malattie. Valentino invece non pareva che avesse voglia di diventare un grand’uomo: in casa, di solito, si divertiva con un gattino; e faceva dei giocattoli per i bambini della portinaia, con un po’ di segatura e qualche vecchio scampolo di stoffa: faceva dei cani e dei gatti e anche dei diavoli con delle grosse teste e dei lunghi corpi a bitorzoli. Oppure si vestiva tutto da sciatore e si guardava nello specchio: a sciare non andava un gran che, perché era pigro e soffriva il freddo: ma si era fatto fare da mia madre un completo da sciatore tutto nero con un gran passamontagna di lana bianca: si trovava molto bello così vestito e passeggiava davanti allo specchio prima con una sciarpa buttata intorno al collo e poi senza; e s’affacciava al balcone per farsi vedere dai bambini della portinaia.
Molte volte si era fidanzato e poi sfidanzato e mia madre s’era data da fare a pulire la saletta da pranzo e a vestirsi per bene. Era successo già molte volte e così quando ci disse che si sposava entro il mese non ci credemo e mia madre si mise stancamente a pulire la saletta da pranza e indossò il suo vestito di seta grigia che era quello per gli esami al Conservatorio delle sue allieve e per le fidanzate.
Così aspettavamo una delle solite ragazzine che lui giurava di sposare e piantava dopo quindici giorni e ormai ci pareva d’aver capito il tipo di ragazze che gli piaceva: ragazzine con dei berrettini che andavano ancora al liceo. Di solito erano molto intimidite e non ci facevano spavento un po’ perché sapevamo che le piantava e un po’ perché somigliavano tanto alle allieve di piano di mia madre.
Allora quando lui arrivò con la nuova fidanzata eravamo così sbalorditi che nessuno aveva fiato di parlare. Perché questa nuova fidanzata era qualcosa che non avevamo potuto immaginare. Portava una lunga pelliccia di martora e delle scarpe piatte con la suola di gomma ed era piccola e grassa. Aveva degli occhiali cerchiati di tartaruga e dietro gli occhiali ci fissava con degli occhi severi e rotondi. Aveva un naso un po’ sudato e dei baffi. In testa aveva un cappello nero tutto schiacciato da una parte: dove non c’era il cappello si vedevano dei capelli neri striati di grigio, ondulati al ferro e spettinati. Doveva avere almeno dieci anni più di Valentino.
Valentino parlava e parlava perché noi stavamo zitti. Valentino diceva cento cose insieme, sul gatto e sui bambini della portinaia e sul microscopio. Voleva subito condurre la fidanzata nella sua stanza a vedere il microscopio ma mia madre si oppose perché la stanza era ancora in disordine. E la fidanzata disse che del resto lei ne aveva visti tanti di microscopi. Allora Valentino andò a cercare il gatto e glielo portò. Gli aveva messo un nastro al collo e un sonaglio perché facesse una buona impressione. Ma il gatto era molto spaventato per via del sonaglio e s’arrampicò sulla tenda e di là ci guardava e soffiava col pello tutto irto e gli occhi feroci e mia madre si mise a gemere per la paura che le sciupasse la tenda.
La fidanzata accese una sigaretta e cominciò a parlare. Parlava con la voce di chi è abituato a dare comandi e ogni cosa che ci diceva pareva che ci desse un comando. Disse che voleva bene a Valentino e aveva fiducia in lui; aveva fiducia che la smettesse di giocare col gatto e fare giocattoli. E disse che lei aveva moltissimi soldi e così potevano sposarsi senza aspettare che Valentino guadagnasse. Era sola e libera perché i suoi genitori erano morti e non aveva bisogno di render conto a nessuno di quel che faceva.
D’improvviso mia madre si mise a piangere. Fu un momento un po’ penoso e non si sapeva bene cosa fare. Perché non c’era nessuna specie di commozione in quel pianto di mia madre, ma solo dispiacere e spavento: io lo sentivo e mi pareva che anche gli altri dovessero sentirlo. Mio padre le batteva dei colpettini sulle ginocchia e faceva dei piccoli schiocchi con la lingua, come si fa per consolare un bambino. La fidanzata si fece a un tratto molto rossa in viso e s’accostò a mia madre: i suoi occhi splendevano inquieti e imperiosi e capii che avrebbe sposato Valentino a ogni costo.
LETTURA: VALENTINO
Valentino
Da: Cinque romanzi brevi e altri racconti di Natalia Ginzburg
Abitavo con mio padre, mia madre e mio fratello in un piccolo alloggio del centro. Avevamo la vita dura e non si sapeva mai come pagare l’affitto. Mio padre era un maestro di scuola a riposo e mia madre dava lezioni di piano: bisognava aiutare un po’ mia sorella ch’era sposata con un rappresentante di commercio e aveva tre figli e non ce la faceva ad andare avanti; e bisognava mantenere mio fratello agli studi e mio padre credeva che sarebbe diventato un grand’uomo. Io andavo alle magistrali e nelle ore libere davo qualche ripetizione ai bambini della portinaia e ci pagava in castagne, mele e patate.Mio fratello studiava medicina e ci volevano sempre dei soldi ora per il microscopio, ora per i libri e le tasse. Mio padre credeva che sarebbe diventato un grand’uomo: non c’era forse una ragione per crederlo ma lo credeva: aveva cominciato a pensare così fin da quando Valentino era piccolo e adesso forse gli riusciva difficile smettere. Mio padre stava tutto il giorno in cucina e farneticava da solo; s’immaginava quando Valentino sarebbe stato un medico famoso e avrebbe scoperto nuove medicine e malattie. Valentino invece non pareva che avesse voglia di diventare un grand’uomo: in casa, di solito, si divertiva con un gattino; e faceva dei giocattoli per i bambini della portinaia, con un po’ di segatura e qualche vecchio scampolo di stoffa: faceva dei cani e dei gatti e anche dei diavoli con delle grosse teste e dei lunghi corpi a bitorzoli. Oppure si vestiva tutto da sciatore e si guardava nello specchio: a sciare non andava un gran che, perché era pigro e soffriva il freddo: ma si era fatto fare da mia madre un completo da sciatore tutto nero con un gran passamontagna di lana bianca: si trovava molto bello così vestito e passeggiava davanti allo specchio prima con una sciarpa buttata intorno al collo e poi senza; e s’affacciava al balcone per farsi vedere dai bambini della portinaia.
Molte volte si era fidanzato e poi sfidanzato e mia madre s’era data da fare a pulire la saletta da pranzo e a vestirsi per bene. Era successo già molte volte e così quando ci disse che si sposava entro il mese non ci credemo e mia madre si mise stancamente a pulire la saletta da pranza e indossò il suo vestito di seta grigia che era quello per gli esami al Conservatorio delle sue allieve e per le fidanzate.
Così aspettavamo una delle solite ragazzine che lui giurava di sposare e piantava dopo quindici giorni e ormai ci pareva d’aver capito il tipo di ragazze che gli piaceva: ragazzine con dei berrettini che andavano ancora al liceo. Di solito erano molto intimidite e non ci facevano spavento un po’ perché sapevamo che le piantava e un po’ perché somigliavano tanto alle allieve di piano di mia madre.
Allora quando lui arrivò con la nuova fidanzata eravamo così sbalorditi che nessuno aveva fiato di parlare. Perché questa nuova fidanzata era qualcosa che non avevamo potuto immaginare. Portava una lunga pelliccia di martora e delle scarpe piatte con la suola di gomma ed era piccola e grassa. Aveva degli occhiali cerchiati di tartaruga e dietro gli occhiali ci fissava con degli occhi severi e rotondi. Aveva un naso un po’ sudato e dei baffi. In testa aveva un cappello nero tutto schiacciato da una parte: dove non c’era il cappello si vedevano dei capelli neri striati di grigio, ondulati al ferro e spettinati. Doveva avere almeno dieci anni più di Valentino.
Valentino parlava e parlava perché noi stavamo zitti. Valentino diceva cento cose insieme, sul gatto e sui bambini della portinaia e sul microscopio. Voleva subito condurre la fidanzata nella sua stanza a vedere il microscopio ma mia madre si oppose perché la stanza era ancora in disordine. E la fidanzata disse che del resto lei ne aveva visti tanti di microscopi. Allora Valentino andò a cercare il gatto e glielo portò. Gli aveva messo un nastro al collo e un sonaglio perché facesse una buona impressione. Ma il gatto era molto spaventato per via del sonaglio e s’arrampicò sulla tenda e di là ci guardava e soffiava col pello tutto irto e gli occhi feroci e mia madre si mise a gemere per la paura che le sciupasse la tenda.
La fidanzata accese una sigaretta e cominciò a parlare. Parlava con la voce di chi è abituato a dare comandi e ogni cosa che ci diceva pareva che ci desse un comando. Disse che voleva bene a Valentino e aveva fiducia in lui; aveva fiducia che la smettesse di giocare col gatto e fare giocattoli. E disse che lei aveva moltissimi soldi e così potevano sposarsi senza aspettare che Valentino guadagnasse. Era sola e libera perché i suoi genitori erano morti e non aveva bisogno di render conto a nessuno di quel che faceva.
D’improvviso mia madre si mise a piangere. Fu un momento un po’ penoso e non si sapeva bene cosa fare. Perché non c’era nessuna specie di commozione in quel pianto di mia madre, ma solo dispiacere e spavento: io lo sentivo e mi pareva che anche gli altri dovessero sentirlo. Mio padre le batteva dei colpettini sulle ginocchia e faceva dei piccoli schiocchi con la lingua, come si fa per consolare un bambino. La fidanzata si fece a un tratto molto rossa in viso e s’accostò a mia madre: i suoi occhi splendevano inquieti e imperiosi e capii che avrebbe sposato Valentino a ogni costo.
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